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    29 May

    .

    Ma voi potreste? (1913)

    A un tratto impiastricciai la mappa dei giorni prosaici,

    dopo aver schizzato tinta da un bicchiere,

    e mostrai su un piatto di gelatina

    gli zigomi sghembi dell'oceano.

    Sulla squama d'un pesce di latta

    lessi gli appelli di nuove labbra.

    Ma voi

    potreste

    eseguire un notturno

    su un flauto di grondaie?

     

    M.

    28 May

    .

    Per noi

    di Vladimir Vladimirovic Majakovskij

    L'amore
    non è paradiso terrestre,
    a noi
    l'amore
    annunzia ronzando
    che di nuovo
    è stato messo in marcia
    il motore
    raffreddato del cuore.
    25 May

    .

    "Io mi farò una capanna di giunchi al tuo cancello e con l'anima entrerò nella tua casa, comporrò dei madrigali al condannato amore e te li canterò ad alta voce tutte le notti. Esalterò il tuo nome alle rieccheggianti colline finchè non risuonerà in tutto l'aere un grido solo: Cleopatra!"

    .

    Oh, Carmiana, che pensi,
    dove si trova Antonio in questo istante?
    Starà in piedi, o seduto?
    Andrà a passeggio, oppure andrà a cavallo?
    Fortunato cavallo,
    che ti porti il suo peso!… Siigli docile:
    se tu sapessi chi ti porti in groppa!
    Il semi-Atlante dell’intero mondo!
    (25)
    Braccio e cimiero della specie umana!
    (26)
    Ora starà dicendo, o mormorando:
    “Dove sarà, a quest’ora,
    il serpentello mio del vecchio Nilo?”…
    Perché così mi chiama, ed io mi nutro
    del veleno più dolce e delizioso:
    il pensiero ch’ei pensi sempre a me,
    cui gli amorosi pizzichi di Febo
    hanno reso la pelle tanto scura
    e ormai solcata in profondo dal tempo.
    Cesare fronte-larga, al tempo tuo,
    quando eri ancor coi piedi sulla terra,
    io ero, sì, un boccone da re;
    ed il grande Pompeo
    mi sgranava sul viso tanto d’occhi,
    quasi volesse là ancorar lo sguardo,
    e là morir nella contemplazione
    di tutta la sua vita!
     
    Cleopatra, parlando di Antonio con un'ancella
     
     
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    ALESSA - L’ultimo gesto, prima di partire,
    è stato, mia regina, un lungo bacio
    - l’ultimo dei moltissimi già dati -
    a questa splendida perla d’oriente,
    e quel che ha detto ce l’ho ancora in cuore.
     
    CLEOPATRA - E dal tuo cuore versalo al mio orecchio.
     
    ALESSA - “Buon amico - mi dice - al grande Egitto
    riferisci che il fido suo Romano
    le manda questo tesoro d’un’ostrica;
    ma a compensar la pochezza del dono,
    dille che vorrà stendere ai suoi piedi
    un variopinto tappeto di regni,
    per far più bello il suo trono opulento,
    sì che tutto l’Oriente, devi dirle,
    dovrà chiamarla signora e padrona”.
    Indi mi fece appena un breve cenno
    e tutto serio in volto balzò in sella
    a un cavallo inguantato d’armatura
    (30)
    che levò alto in aria un tal nitrito,
    da soffocare bestialmente in me
    tutto quello che avrei voluto dirgli.
     
    CLEOPATRA - E d’umore com’era, triste o allegro?
     
    ALESSA - Era l’esatta immagine, signora,
    della stagion dell’anno che sta in mezzo
    tra la grande calura e il grande gelo:
    non era triste, ma nemmeno allegro.
     
     
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    AGRIPPA - Già, sul Cidno; fu là ch’egli le apparve,
    la prima volta, se chi me l’ha detto
    non se lo sia inventato.
     
    ENOBARBO - Vi dirò.
    La galea su cui ella sedeva
    come un trono brunito ardea sull’acqua;
    la poppa era tutt’oro martellato,
    di porpora le vele, e un tal profumo
    ne esalavan per l’aria tutt’intorno,
    da far languir d’amore i venticelli;
    i remi eran d’argento,
    e tenevano il ritmo al suon di flauti,
    e l’acqua smossa li seguiva rapida
    come invaghita delle lor palate.
    Quanto alla sua persona,
    superava qualsiasi descrizione:
    era seduta sotto un baldacchino
    di seta, tutto trapuntato d’oro,
    e offuscava l’immagine di Venere,
    com’è rappresentata nei dipinti
    dove vediamo che la fantasia
    sopravanza di molto la natura:
    ai due lati paffuti fanciulletti,
    come tanti Cupidi sorridenti,
    agitavan flabelli variopinti,
    e pareva che il loro ventolio
    infiammasse le sue morbide guance,
    da loro stessi prima rinfrescate:
    un bellissimo fare e poi disfare.
     
    AGRIPPA - Oh, preziosa visione, per Antonio!
     
    ENOBARBO - Le sue ancelle, come le Nereidi,
    altrettante sirene intorno a lei,
    la riguardavano fisso negli occhi,
    facendole ornamento cogli sguardi.
    (45)
    Alla sbarra, una specie di sirena,
    a governar la rotta;
    si vedevan le seriche sartie
    vibrar sotto il tentar di quelle mani
    morbide come fiori,
    ch’eseguivano l’agile manovra.
    Dal barco si spandeva tutt’intorno,
    a penetrare le vicine sponde,
    un arcano, ineffabile profumo.
    (46)
    Verso di lei aveva riversato
    la città tutta quanta la sua gente;
    e Antonio, in trono in piazza del mercato,
    restò lì solo, a fischiettare all’aria;
    che, se non fosse stato per il vuoto
    che avrebbe fatto, sarebbe volata
    anch’essa a contemplare Cleopatra,
    lasciando un vuoto alla stessa natura.
    Quando approdò, Antonio mandò a lei
    per invitarla a cena; gli rispose
    che avrebbe preferito fosse lui
    a venire da lei, suo convitato,
    e lo pregava d’accettar l’invito;
    al che il galante Antonio,
    che mai donna sentì dire di no,
    fattosi far la barba dieci volte,
    si reca a quel festino, ed al suo solito
    paga col cuore quel che mangia l’occhio.
     
    AGRIPPA - Regale prostituta!
    Aveva già condotto
    prima di lui il grande Giulio Cesare
    a mettere a dormire la sua spada.
    Quello l’ha arata, e lei gli ha dato il frutto.
     
    ENOBARBO - L’ho veduta una volta saltellare
    su un sol piede per ben quaranta passi
    sulla pubblica via; parlava ansando
    senza fiato, e di questo mancamento
    fu capace di fare una tal grazia,
    da emanare, sfiatata ed ansimante,
    intorno a sé lo stesso grande fascino.
     
    MECENATE - Ora Antonio dovrà piantarla in asso,
    e per sempre.
     
    ENOBARBO - No, non lo farà mai!
    L’età non può appassirla, quella donna,
    né l’abitudine render stantìe
    le sue grazie, di varietà infinita.
    L’altre donne finiscon per saziare
    le voglie ch’esse appagano;
    ma lei di tanto più vogliosi
    gli amanti quanto più li soddisfà:
    ché in lei perfino le cose più turpi
    s’aggraziano, talché perfino i preti
    la benedicono nella sua lussuria.
     
     
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    CLEOPATRA - È morto Antonio!…
    Se è questo che m’annunci, scellerato,
    tu vuoi uccidere la tua padrona;
    ma se dici che è libero e sta bene,
    ecco per te dell’oro, e le mie vene
    più azzurre da baciare: questa mano
    che re hanno sfiorato con le labbra,
    e baciato tremanti.
     
     
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    ANTONIO - Oh, vedi, Egitto, dove m’hai condotto.
    Guarda come sottraggo alla tua vista
    la mia vergogna, mentre guardo indietro
    tutto quel che ho lasciato alle mie spalle,
    distrutto dall’infamia.
     
    CLEOPATRA - Ah, mio signore,
    Perdona alle mie vele pusillanimi.
    Non pensavo che m’avresti seguito.
     
    ANTONIO - Egitto, tu sapevi troppo bene
    che il mio cuore era avvinto al tuo timone
    coi lacci e che m’avresti trascinato
    sulla tua scia. Sapevi qual dominio
    hai sul mio spirito, e che un tuo cenno
    m’avrebbe anche distolto da un comando
    che avessi ricevuto dagli dèi.
     
    CLEOPATRA - Ah, perdono, perdono!…
     
    ANTONIO - Ora sarò costretto ad umiliarmi
    con l’inviare proposte di pace
    a quello sbarbatello, destreggiarmi
    ricorrendo ai trucchetti e agli espedienti
    di chi è caduto in basso:
    io che prima mi sono baloccato
    che a mio talento con metà del mondo,
    facendo e disfacendo le fortune.
    Sapevi troppo bene
    fino a che punto io fossi tua conquista,
    e come la mia spada, resa imbelle
    dalla passione, avrebbe in ogni caso
    solo ad essa obbedito.
     
    CLEOPATRA - Ah, sì, perdonami!
     
    ANTONIO - Ma nemmeno una lacrima, ti dico;
    perché una sola di esse
    val tutto quanto è stato vinto e perso.
    Dammi un bacio, e ciò basti a ripagarmi.
    Gli abbiam mandato il nostro precettore.
    Sarà tornato?… Amore, io son di piombo!
    Ehi, di là dentro! Vino e da mangiare!
    La fortuna sa bene
    che tanto più ci beffiamo di lei
    quanto più s’accanisce coi suoi colpi.
     
     
     
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    ANTONIO - Questa è la sua risposta?
     
    EUFRONIO - Sì, signore.
     
    ANTONIO - Che la regina troverà indulgenza
    presso di lui se si disfà di me?
     
    EUFRONIO - Così egli m’ha detto.
     
    ANTONIO - Dillo a lei.
    (
    A Cleopatra
    )
    Manda questa mia testa brizzolata
    al ragazzetto Cesare, ed in cambio
    egli ricolmerà, con principati,
    ogni tuo desiderio…
     
    CLEOPATRA - La tua testa?…
     
     
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    ANTONIO - Via, via! Che sia frustato,
    e dopo trascinato qui di nuovo:
    questo babbeo del seguito di Cesare
    deve recargli ancora un mio messaggio.
     
    (
    Escono i servi con Tireo
    )
     
    (
    A Cleopatra
    )
     
    Eri mezzo sfiorita
    già prima ch’io ti conoscessi, no?(101)
    Ed io avrei lasciato il mio guanciale
    intatto a Roma, ed avrei rinunciato
    a procrear legittima progenie
    da una perla di donna,
    (102)
    per essere in tal modo corbellato
    da una che fa l’occhiolino ai servi?
     
    CLEOPATRA - Mio buon signore…
     
    ANTONIO - Donna depravata
    sei sempre stata, ma quando nel vizio
    noi c’induriamo - oh, nostra miseria! -
    i saggi dèi ci sigillano gli occhi,
    cacciano il nostro limpido giudizio
    nel lezzo della nostra stessa melma,
    ci fanno idolatrare i nostri errori,
    e ridono di noi,
    mentre altezzosi come dei pavoni
    ci avviamo incoscienti alla rovine.
     
    CLEOPATRA - Ah, siamo dunque a questo?
     
    ANTONIO - T’ho trovata ch’eri un boccone freddo
    sopra il piatto del morto Giulio Cesare;
    anzi, no, peggio: ch’eri un rimasuglio
    di Gneo Pompeo, senza poi parlare
    di tutte le ore calde di lascivia
    rimaste ignote alla pubblica fama
    ch’hai spiluccato per la tua lussuria:
    ché tu la temperanza, ne son certo,
    se pure ti riesca immaginarla,
    non sai proprio cos’è.
     
    CLEOPATRA - Perché parli così?
     
    ANTONIO - Permettere ad un servo uso alle mance
    e a biascicare: “Dio ve ne rimeriti!”
    di osar di prendersi tanta licenza
    con la tua mano, questa mia compagna
    di giochi, questo sigillo regale
    e pegno di due cuori nobilissimi!…
    Ah, perché non son io finito ormai
    sul colle di Basàn,(103) a soverchiare
    il muggito della cornuta mandria
    col mio, giacché ne avrei fieri motivi,
    che ad elencarli senza andare in bestia
    sarebbe come avere il cappio al collo
    e ringraziare il boia
    per esser così bravo a maneggiarlo.
     
     
    ---------------------------------------------
     
     
     
    ANTONIO - Eros, mi vedi ancora in faccia a te?
    EROS - Sì, nobile signore.
    ANTONIO - Perché a volte ci accade di vedere
    una nuvola a forma di dragone,
    a volte un qualche vaporoso effluvio
    che somiglia ad un orso o ad un leone,
    a una rocca turrita,
    a un alto picco sporgente a strapiombo,
    ad un monte biforcuto,
    a un promontorio azzurro con degli alberi,
    che reclinan le chiome sulla terra
    e par che si confondano con l’aria…
    (128)
    Li avrai visti anche tu: sono i cortei
    (129)
    dei personaggi dell’opaco vespero…
    EROS - Infatti, mio signore.
    ANTONIO - … e quello che sembrava ora un cavallo,
    in un batter di ciglio
    la cortina di nubi lo cancella
    e ce lo rende indistinto alla vista,
    come acqua in mezzo all’acqua.
    EROS - È vero, mio signore.
    ANTONIO - Ebbene, Eros,
    anche il tuo capitano non è più
    che una forma indistinta come quelle.
    Ecco, come mi vedi, io sono Antonio:
    eppure non potrò più conservare
    questa forma visibile. Non più.
    Ho fatto questa guerra
    per l’Egitto e per questa sua regina
    di cui credevo possedere il cuore,
    così com’ella possedeva il mio,
    che per il tempo ch’era stato mio
    se n’era annessi a sé un milione e più,
    ora tutti perduti… Ma lei, Eros,
    ha mescolato le carte con Cesare,
    (130)
    e, barando, ha ceduto la mia gloria
    in cambio del trionfo del nemico.
    (131)
    Ma tu non piangere, Eros gentile;
    restiamo ancor noi stessi, per finirci.
    Entra MARDIANO
    Ah, quella svergognata tua padrona
    m’ha rubato la spada!
    MARDIANO - No, Antonio, ella t’ha amato, e le sue sorti
    facevano tutt’uno con le tue.
    ANTONIO - Vattene, eunuco impertinente! Zitto!
    M’ha tradito, e dev’esser messa a morte!
    (132)
    MARDIANO - La morte è un debito che una persona
    paga una volta sola:
    ed ella il conto suo l’ha già saldato.
    Perché quel che volevi fare tu,
    è stato già compiuto, ed in tue mani:
    il suo ultimo dire è stato: “Antonio,
    nobilissimo Antonio!”…
    Poi, nel mezzo d’un gemito straziante
    questo nome di Antonio s’è spezzato
    diviso tra il suo cuore e le sue labbra.
    E così, col tuo nome in lei sepolto
    ha reso la sua vita.
    ANTONIO - È morta, dunque?
    MARDIANO - Sì.
    ANTONIO - Eros, toglimi via quest’armatura:
    il compito del nostro lungo giorno
    è finito, e dobbiamo riposare.
    (
    A Mardiano
    )
    Che tu possa partirti sano e salvo
    da qui, ripaga generosamente
    la tua fatica. Va’.
    (133)
    (
    Esce Mardiano)
    Eros, disarmami.
    Ora il settemplice scudo di Aiace
    (134)
    non basterebbe a proteggermi il cuore
    da tanti colpi. Miei fianchi, squarciatevi!
    Cuore, per una volta, sii più forte
    del tuo fragile involucro di carne,
    e spezzalo! Fa’ presto, presto, Eros!
    Disarmami: non sono più un soldato.
    E tu, armatura mia piena d’ammacchi,
    va’, sei stata indossata con onore!
    Ora, ti prego, lasciami un momento.
    (
    Esce Eros)
    Io vengo a te, Cleopatra,
    a implorare piangendo il tuo perdono.
    Così dev’essere: ché ormai per me
    ogni ulteriore indugio è una tortura.
    Spenta è la fiaccola, stenditi in terra
    e poni fine agli errori e agli affanni.
    Ora ogni sforzo ottiene il suo contrario,
    la forza stessa inceppa la sua forza.
    Apponiamo il sigillo, e sia finita,
    Eros!… Io vengo, o mia regina, aspettami.
    Ce ne andremo tenendoci per mano
    dove l’anime giacciono sui fiori
    e coll’incedere nostro radioso
    ci faremo ammirare dagli spiriti:
    Didone ed il suo Enea
    non avran più chi faccia lor corteggio,
    perché tutti verranno al nostro seguito.
    EROS - Che cosa mi comanda il mio padrone?
    ANTONIO - Dacché Cleopatra è morta,
    io sto vivendo in tale disonore
    che dagli stessi dèi
    la mia bassezza è stata presa in odio.
    Io, che ho squarciato con la spada il mondo,
    e ho fatto sorgere città di navi
    sopra l’azzurra schiena di Nettuno,
    mi trovo adesso ad incolpar me stesso
    d’aver meno coraggio d’una donna
    e d’esser meno nobile di lei
    che con la propria morte dice a Cesare:
    “Io son la vincitrice di me stessa”.
    Eros, tu m’hai giurato
    che quando fosse giunto quel momento
    ch’io sentissi la spinta irrefrenabile
    dell’avversa fortuna e dell’orrore,
    m’avresti ucciso. Ebbene è giunto. Fallo!
    Eros, se tu mi uccidi,
    tu non uccidi me: sconfiggi Cesare.
    Fa’ tornare il colore alle tue guance.
    (135)
    EROS - Che gli dèi mi trattengano la mano!
    Dovrei dunque far io, mio generale,
    quello cui tutte le frecce dei Parti
    ancor che a te nemiche, non riuscirono,
    ogni volta mancando il tuo bersaglio?
    ANTONIO - E tu vorresti, Eros,
    da una finestra della grande Roma,
    star lì a veder sfilare il tuo padrone,
    così, braccia conserte e capo chino,
    nell’attesa penosa del castigo,
    sfatto nel volto da vergogna atroce,
    mentre dinnanzi a lui
    il fortunato Cesare in trionfo
    sul suo carro facesse risaltare
    davanti a tutto il popolo romano
    l’estremo suo ludibrio?
    EROS - No, signore,
    questo, di certo, non vorrei vederlo.
    ANTONIO - Su, forza, allora! Ché da questo male
    può guarirmi soltanto una ferita.
    Sfodera la tua spada
    che sempre hai cinto con tanto valore
    per la tua patria.
    EROS - Oh, signore, perdonami!
    ANTONIO - Il giorno che ti feci emancipato
    (137)
    non mi giurasti che l’avresti fatto,
    se te l’avessi chiesto?
    Ebbene, adesso devi farlo, subito,
    o tutti i tuoi servizi precedenti
    saranno stati solo accidentali
    e senza alcuno scopo.
    Avanti! Sfodera la spada e vieni!
    EROS - Allora volgi altrove quel tuo volto,
    quel tuo nobile volto
    in cui vive la maestà del mondo.
    ANTONIO - Ecco fatto.
    (
    Volge altrove il viso
    )
    EROS - Il mio ferro è sguainato.
    ANTONIO - E allora, avanti, che compia l’azione
    per cui l’hai tratto!
    EROS - Amato mio padrone,
    mio capitano e mio imperatore,
    prima ch’io vibri il sanguinoso colpo,
    lasciami dirti addio.
    ANTONIO - È detto: addio, Eros, caro amico.
    EROS - Addio, mio grande capo.
    Debbo colpire adesso?
    ANTONIO - Adesso, Eros.
    EROS - Ecco, allora! Così io mi sottraggo
    al dolor di veder morire Antonio!
    (
    Si trafigge con la propria spada e muore
    )
    ANTONIO - O tu, di me più nobile tre volte!
    O valoroso Eros!
    Tu qui m’insegni quel che avrei dovuto,
    e tu non hai potuto!
    Con questo loro esempio di coraggio
    la mia regina ed Eros
    si sono conquistati su di me
    un loro titolo di nobiltà.
    Ma la mia morte io voglio abbracciarla
    come fossi il suo sposo, e andarle incontro
    come si corre al letto d’un’amante!
    E dunque, avanti!… Eros,
    il tuo padrone muore tuo discepolo:
    ecco, tu m’hai insegnato a far così…
    (
    Si lascia cadere sulla spada
    )
    Ah, non muoio, non muoio!… Guardie, olà!
    Finitemi!…

     

    ---------------------------

     

    PROCULEIO - Calmati, mia signora.
     
    CLEOPATRA - Proculeio, io non prenderò più cibo,
    più non berrò - se val, per una volta
    un ozioso parlare come questo -
    né dormirò. Questa mortal dimora
    la manderò in rovina,
    Cesare faccia pure ciò che vuole;
    ma sappi, Proculeio,
    ch’io mai comparirò stretta in catene
    alla corte del vostro imperatore,
    né soffrirò di vedermi insultata
    dal casto sguardo della fredda Ottavia.
    E che! Dovrei lasciarmi forse esporre
    allo scherno della plebaglia urlante
    di una Roma bigotta?… Meglio un fosso,
    che mi sia tomba pietosa in Egitto!
    Meglio giacermi nuda
    nella melma del Nilo, e le zanzare
    a gonfiare coi morsi il mio cadavere
    fino a ridurlo ad una massa informe.
    Fate piuttosto dell’alte piramidi
    del mio paese il palco di mia forca,
    e impiccatemi là!
     
    PROCULEIO - Tu spingi i tuoi propositi d’orrore
    al di là di che possa tu trovare
    motivo d’essi in Cesare.

     

     
    Shakespeare
    23 May

    .

    Sul cuore è infilato il corpo.
    Sul corpo la camicia.
     
    Majakovskij

    .

    «C'è Lila, questa persona concreta, unica, addormentata accanto a lui, che un giorno era nata e adesso era viva e si agitava nel sonno e tra non molto, come tutti, sarebbe morta;- e c'è quest'altra, chiamiamola lila, che è immortale, che temporaneamente abita Lila e poi passerà oltre. La Lila che dorme l'aveva incontrata solo da poche ore. Ma la Lila sempre desta, che non dorme mai, era da tanto che lo seguiva. E lui lei».


    Lila - Indagine sulla morale

    22 May

    .

    <<E senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la rappresentazione alla realtà, l'apparenza all'essere... Ciò che per esso è 'sacro' non è che la 'illusione', ma ciò che è profano è la 'verità'. Anzi il sacro s'ingigantisce ai suoi occhi via via che diminuisce la verità e l'illusione aumenta, cosicché il colmo dell'illusione è anche per esso il colmo del sacro.>>
    L.Feuerbach

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    <<...spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato.Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l'ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel'avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l'avrei voluta io.
    Meno di questo l'amore non è niente.>>

    Erri De Luca, "Il contrario di uno"
    15 May

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    Shep: Volevi solo uscirne, eh?
    April: Volevo entrarci! E’ che… volevo che tornassimo a vivere. Per anni ho pensato che condividessimo un segreto… che noi saremmo stati meravigliosi nel mondo. Non sapevo esattamente come, ma la sola possibilità mi faceva sperare.
    …Quant’è patetico tutto questo! Che stupida… porre tutte le tue speranze in una promessa che non è stata mai fatta.

    (...)

    Non siamo mai stati speciali, o destinati a vivere tutto ciò

    da “Revolutionary Road”

    12 May

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    "Il torturato tortura i sogni del suo carnefice."  E.G.

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    L'uomo di buona memoria nulla ricorda, perché nulla dimentica.
     
    Beckett
    11 May

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    Interno senza mobili.
    Luce grigiastra
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    [...]
    Clov (sguardo fisso, voce bianca). Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire. (Pausa). I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all'improvviso, c'è il mucchio, un piccolo mucchio, l'impossibile mucchio. (Pausa). Non possono più punirmi. (Pausa). Me ne vado nella mia cucina, tre metri per tre metri, ad aspettare che mi faccia un fischio. (Pausa). Sono dimensioni ideali, mi appoggerò alla tavola, guarderò il muro, aspettando che mi faccia un fischio.

    Beckett

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    Ma cosa aveva scritto Marinetti? Aveva messo al centro di ogni attività artistica non solo l'attività vitale di qualsiasi organismo vivente, ossia «la fenomenologia del divenire e del perpetuo svolgimento», ma l'energia come forza motrice, quella che si concreta nella macchine, nell'elettricità, nel movimento di ogni e qualsivoglia mezzo o strumento tecnico. Alcune delle sue affermazioni suonarono (e tuttora suonano) veramente come irriverenti, violente, per tutto il nostro grande passato: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova:la bellezza della velocità. (….) un'automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro,dal piacere o dalla sommossa:canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne;canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche;le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto che scalpitano sulle rotaie come enormi cavalli d'acciaio, imbrigliati di tubi e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.
    Ed ecco l'ultimo proclama:«Uccidiamo il chiaro di luna»! Cioè uccidiamo i sentimenti, l'amore, la nostalgia e in definitiva, il passato: lo sguardo dei giovani artisti (ma l'artista non può che essere giovane!) deve volgersi al futuro o immergersi nel presente.
    Per questo Marinetti chiama i seguaci del nuovo verbo distruttore «gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate» : «Eccoli! Eccoli! …Suvvia date fuoco agli scaffali delle biblioteche!.. Sviate il corso dei canali per inondare i musei!...Oh,la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere, stinte su quelle acque,le vecchie tele gloriose!...Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!».

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    Ti toglievi la fascia dalla vita, ti strappavi i sandali, gettavi in un angolo l’ampia gonna, era di cotone, mi sembra, e scioglievi il nodo che stringeva i capelli in una coda. Avevi la pelle d’oca e ridevi. Eravamo talmente vicini che non potevamo vederci, assorti entrambi in quel rito urgente, avvolti nel calore e nell’odore che emanavamo insieme. Mi aprivo il passo per le tue vie, le mie mani sulle tua vita protesa e le tue impazienti. Sfuggivi, mi percorrevi, mi scalavi, mi avvolgevi con le tue gambe invincibili, mi dicevi mille volte vieni con le labbra sulle mie.

        Nell’attimo estremo avevamo un bagliore di completa solitudine, ciascuno perduto nel proprio abisso rovente, ma subito risorgevamo al di la del fuoco per scoprirci abbraciati nel disordine dei guanciali, sotto la zanzariera bianca. Ti scostavo i capelli per guardarti negli occhi. Talvolta ti sedevi accanto a me con le gambe raccolte e il tuo scialle di seta su una spalla, nel silenzio della notte che iniziava appena. Così ti ricordo, in quiete.

        Tu pensi per parole, per te il linguaggio è un filo inesauribile che tessi come se la vita si facesse narrandola. Io penso per immagini congelate in una foto. Ma non impressa su una lastra, piuttosto come disegnata a penna, è un ricordo minuzioso e perfetto dai volumi morbidi e dai colori caldi, rinascimentale, come un’intenzione colta su una carta porosa o su una tela. E’ un momento profetico, è tutta la nostra esistenza, tutto il vissuto e il da vivere, tutti i tempi simultanei, senza inizio ne fine.

        Da una certa distanza guardo quel disegno, in cui ci sono anch’io. Sono spettatore e protagonista. Sono nella penonmbra, velato dalla foschia di un tendaggio trasparente. So che sono io, ma sono anche questo stesso che osserva dall’esterno. Conosco ciò che sente l’uomo dipinto su quel letto disfatto, in una stanza dalle travi oscure e dal soffitto da cattedrale, dove la scena appare come il frammento di un’antica cerimonia. Sono lì con te e anche qui, solo, in un altro tempo della coscienza.

        Nel quadro la coppia riposa dopo aver fatto l’amore, la pelle di entrambi luccica, umida. L’uomo ha gli occhi chiusi, una mano sul proprio petto e l’altra sulla coscia di lei, in una intima complicità. Per me questa visione è ricorrente e immutabile, nulla cambia, è sempre lo stesso sorriso placido dell’uomo, lo stesso languore della donna, le stesse pieghe delle lenzuola e gli stessi angoli bui della stanza, sempre la luce della lampada sfiora i seni e gli zigomi di lei con la stessa angolatura, e sempre lo scialle di seta e i capelli scuri cadono con identica delicatezza.

        Ogni volta che penso a te ti vedo così, ci vedo così, fissati per sempre su quella tela, invulnerabili alla corrosione della cattiva memoria. Posso divagarmi a lungo su quella scena, fino a sentire che entro nello spazio del quadro e non sono più colui che osserva, ma l’uomo che giace accanto a quella donna. Allora si spezza la simmetrica quiete del dipinto e sento le nostre voci vicinissime.

    "Raccontami una storia," ti dico.

    "Che storia vuoi?"

    "Raccontami una storia che non hai mai raccontato a nessuno."

    Rolf Carlè

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    Le cose sono padrone dei padroni delle cose e io non trovo il mio volto nello specchio. Parlo ciò che non dico. Sto, ma non sono. E salgo su un treno che mi porta dove non vado, in un paese esiliato da me. (Finestra sulla nuca)

    Il tempo rende gemelli gli amanti.

    Galeano

    10 May

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    « Non è l'attrazione dell'altro sesso che mi attira in lei, no, soltanto lei, tutta la sua persona con tutte le sue qualità hanno incatenato il mio rispetto, i miei sentimenti tutti, la mia sensibilità intera. Quando mi accostai a lei, mi ero formato la ferma decisione di non lasciar germogliare neanche una scintilla d'amore. Ma lei mi ha sopraffatto [...] mi lasci sperare che il suo cuore batterà a lungo per me. Di battere per lei, amata J., questo mio cuore non cesserà se non quando non batterà più del tutto. »
    (Lettera di Beethoven a Josephine von Brunswick, 1805)
    06 May

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    Io amo colui la cui anima è troppo ricca, sí che egli dimentica se stesso e tutte le cose che sono in lui: in tal guisa tutte le cose diverranno la sua distruzione.

    Nietzsche

    04 May

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    Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.
    Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l'altro giorno, quando tenevo in mano quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com'era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è proprio così, una specie di nausea nelle mie mani.
     
    Appoggio la mia mano sulla panchina, ma la ritiro subito: essa esiste. Questa cosa sulla quale sono seduto, sulla quale appoggiavo la mano si chiama una panchina. L'hanno fatta apposta perché ci si possa sedere, hanno preso del cuoio, delle molle, della stoffa, si sono messi al lavoro, con l'idea di fare una sedia e quando hanno finito era questo che avevano fatto. L'hanno portata qui, in questa scatola, e ora la scatola viaggia e sballotta, con i suoi vetri tremolanti, e porta nei suoi fianchi questa cosa rossa. Mormoro: è una panchina, un po' come un esorcismo. Ma la parola mi rimane sulle labbra: rifiuta di andarsi a posare sulla cosa. Essa rimane quello che è, con la sua peluria rossa, migliaia di zampette rosse, all'aria, diritte, zampette morte. Questo enorme ventre girato all'aria, sanguinante, sballottato - rigonfio con tutte le sue zampe morte, ventre che galleggia in questa scatola, in questo cielo grigio, non è una panchina. Potrebbe benissimo essere un asino morto, per esempio, sballottato nell'acqua e che galleggia alla deriva, il ventre all'aria in un grande fiume grigio, un fiume da inondazione; e io sarei seduto sul ventre dell'asino e i miei piedi bagnerebbero nell'acqua chiara.
     
    L'essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l'esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C'è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c'è alcun essere necessario che può spiegare l'esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un'apparenza che si può dissipare; è l'assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare... ecco la Nausea.
     
    La sua camicia di cotone azzurro spicca allegramente sulla parete color cioccolato. Anche questo dà la Nausea. O piuttosto, è la Nausea. La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt'uno col caffè, son io che sono in essa.
     
    Altre carte continuano a cadere, le mani vanno e vengono. Che curiosa occupazione, non sembra né un gioco, né un rito, né un'abitudine. Credo ch'essi lo facciano per occupare il tempo, semplicemente. Ma il tempo è troppo vasto, non si lascia riempire. Tutto ciò che uno vi getta s'ammollisce e si stira. Per esempio questo gesto della mano rossa, che raccoglie le carte incespicando, è fiacco. Bisognerebbe scucirlo e tagliarlo dentro.
     

    Io vedo l'avvenire. È là, posato sulla strada, appena un po' più pallido del presente. Che bisogno ha di realizzarsi? Che cosa ci guadagna? La vecchia s'allontana zoppicando, si ferma, si tira su una ciocca grigia che le sfugge dal fazzoletto. Cammina, era là, ora è qui... non so più come sia: li vedo, i suoi gesti, o li prevedo? Non distinguo più il presente dal futuro, e tuttavia la cosa continua, si realizza a poco a poco; la vecchia avanza per la via deserta, sposta le sue grosse scarpe da uomo. Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all'esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo.

    Ecco che cosa ho pensato: affinché l'avvenimento più comune divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse. [...] Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s'ordinassero come quelli d'una vita che si rievoca. Sarebbe come tentar d'acchiappare il tempo per la coda.

    Niente è cambiato, e tuttavia tutto esiste in un'altra maniera. Non posso descriverlo, è come la Nausea e tuttavia è esattamente l'opposto: finalmente mi capita un'avventura e se m'interrogo vedo che mi capita e che sono io che sono qui; sono io che fendo la notte, sono felice come un eroe di romanzo.

    Un brivido mi percorre dalla testa ai piedi: è... è lei che m'attendeva. Lei era lì, ergendo il suo busto immobile sopra la cassa, e sorrideva. Dal fondo di questo caffè qualcosa torna indietro sui momenti sparsi di questa domenica e li salda gli uni agli altri, dà loro un senso: ho traversato tutta questa giornata per venire a finir qui, con la fronte contro questo vetro, per contemplare questo volto fine che si schiude su una tenda granata. Tutto s'è fermato; la mia vita s'è arrestata: questo vetro, quest'aria greve, azzurra come l'acqua, ed io stesso formiamo un tutto immobile e compatto: sono felice.

    Sono invecchiati in un altro modo. Vivono in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile per loro è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Hanno armadi pieni di bottiglie, di stoffe, di vecchi vestiti, di giornali, hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari.
    Ed io dove potrei conservare il mio? Non ci si può mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. lo non possiedo che il mio corpo; un uomo completamente solo, col suo corpo soltanto, non può fermare i ricordi, gli passano attraverso. Non dovrei lagnarmi: il mio solo desiderio è stato d'esser libero.

    Ma il suo giudizio mi trafiggeva come una spada e metteva in discussione perfino il mio diritto d'esistere. Ed era vero, me n'ero sempre reso conto: non avevo il diritto di esistere. Ero apparso per caso, esistevo come una pietra, una pianta, un microbo. La mia vita andava a capriccio, in tutte le direzioni. A volte mi dava avvertimenti vaghi, a volte non sentivo che un ronzio senza conseguenze.

    Tutto era pieno, tutto era in atto, non c'era intervallo, tutto, perfino il più impercettibile sussulto, era fatto con un po' d'esistenza. E tutti questi esistenti che si affaccendavano attorno all'albero non venivano da nessun posto e non andavano in nessun posto. Di colpo esistevano, e poi, di colpo non esistevano più: l'esistenza è senza memoria; di ciò che scompare non conserva nulla — nemmeno un ricordo.

    Sartre

     

     

     

     
    01 May

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  • Ripetei quel nome fra me a ogni oscillazione del treno. Risuonava indicibilmente misterioso. E a ogni rintocco il mio cuore si sentiva più greve, a ogni palpito del suo nome una spossatezza tagliente, inesorabile, mi affondava sempre più nelle viscere.
  • Quando non si è mai conosciuta la felicità non si ha il diritto di disprezzarla. Ma io do un'impressione di esser felice in cui nessuno potrebbe scoprire la benché minima incrinatura, e quindi ho il diritto di disprezzarla né più né meno di chiunque altro.
  • Tutt'a un tratto mi assalì quel dolore acerbo che deriva dal fissare troppo a lungo un oggetto. Il dolore proclamava: Tu non sei umano. Sei un essere incapace di rapporti col prossimo. Non sei nient'altro che un animale, inumano e in certo qual modo stranamente patetico.
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    Mishima

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    Io vanamente cerco per tutto distrazione, a me davanti ronza la folla variopinta... Eppure è freddo il cuore, dorme la fantasia: stranieri mi son tutti, e io staniero a loro.
     
    Lermontov