Sonia's profileIsHah & L4iN CoUb3rTPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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29 May .A un tratto impiastricciai la mappa dei giorni prosaici, dopo aver schizzato tinta da un bicchiere, e mostrai su un piatto di gelatina gli zigomi sghembi dell'oceano. Sulla squama d'un pesce di latta lessi gli appelli di nuove labbra. Ma voi potreste eseguire un notturno su un flauto di grondaie?
M. 28 May .Per noidi Vladimir Vladimirovic Majakovskij L'amore non è paradiso terrestre, a noi l'amore annunzia ronzando che di nuovo è stato messo in marcia il motore raffreddato del cuore. 25 May ."Io mi farò una capanna di giunchi al tuo cancello e con l'anima entrerò nella tua casa, comporrò dei madrigali al condannato amore e te li canterò ad alta voce tutte le notti. Esalterò il tuo nome alle rieccheggianti colline finchè non risuonerà in tutto l'aere un grido solo: Cleopatra!" .Oh, Carmiana, che pensi,
dove si trova Antonio in questo istante?
Starà in piedi, o seduto?
Andrà a passeggio, oppure andrà a cavallo?
Fortunato cavallo,
che ti porti il suo peso!… Siigli docile:
se tu sapessi chi ti porti in groppa!
Il semi-Atlante dell’intero mondo! (25)
Braccio e cimiero della specie umana! (26)
Ora starà dicendo, o mormorando:
“Dove sarà, a quest’ora,
il serpentello mio del vecchio Nilo?”…
Perché così mi chiama, ed io mi nutro
del veleno più dolce e delizioso:
il pensiero ch’ei pensi sempre a me,
cui gli amorosi pizzichi di Febo
hanno reso la pelle tanto scura
e ormai solcata in profondo dal tempo.
Cesare fronte-larga, al tempo tuo,
quando eri ancor coi piedi sulla terra,
io ero, sì, un boccone da re;
ed il grande Pompeo
mi sgranava sul viso tanto d’occhi,
quasi volesse là ancorar lo sguardo,
e là morir nella contemplazione
di tutta la sua vita!
Cleopatra, parlando di Antonio con un'ancella
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ALESSA - L’ultimo gesto, prima di partire,
è stato, mia regina, un lungo bacio
- l’ultimo dei moltissimi già dati -
a questa splendida perla d’oriente,
e quel che ha detto ce l’ho ancora in cuore.
CLEOPATRA - E dal tuo cuore versalo al mio orecchio.
ALESSA - “Buon amico - mi dice - al grande Egitto
riferisci che il fido suo Romano
le manda questo tesoro d’un’ostrica;
ma a compensar la pochezza del dono,
dille che vorrà stendere ai suoi piedi
un variopinto tappeto di regni,
per far più bello il suo trono opulento,
sì che tutto l’Oriente, devi dirle,
dovrà chiamarla signora e padrona”.
Indi mi fece appena un breve cenno
e tutto serio in volto balzò in sella
a un cavallo inguantato d’armatura (30)
che levò alto in aria un tal nitrito,
da soffocare bestialmente in me
tutto quello che avrei voluto dirgli.
CLEOPATRA - E d’umore com’era, triste o allegro?
ALESSA - Era l’esatta immagine, signora,
della stagion dell’anno che sta in mezzo
tra la grande calura e il grande gelo:
non era triste, ma nemmeno allegro.
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AGRIPPA - Già, sul Cidno; fu là ch’egli le apparve,
la prima volta, se chi me l’ha detto
non se lo sia inventato.
ENOBARBO - Vi dirò.
La galea su cui ella sedeva
come un trono brunito ardea sull’acqua;
la poppa era tutt’oro martellato,
di porpora le vele, e un tal profumo
ne esalavan per l’aria tutt’intorno,
da far languir d’amore i venticelli;
i remi eran d’argento,
e tenevano il ritmo al suon di flauti,
e l’acqua smossa li seguiva rapida
come invaghita delle lor palate.
Quanto alla sua persona,
superava qualsiasi descrizione:
era seduta sotto un baldacchino
di seta, tutto trapuntato d’oro,
e offuscava l’immagine di Venere,
com’è rappresentata nei dipinti
dove vediamo che la fantasia
sopravanza di molto la natura:
ai due lati paffuti fanciulletti,
come tanti Cupidi sorridenti,
agitavan flabelli variopinti,
e pareva che il loro ventolio
infiammasse le sue morbide guance,
da loro stessi prima rinfrescate:
un bellissimo fare e poi disfare.
AGRIPPA - Oh, preziosa visione, per Antonio!
ENOBARBO - Le sue ancelle, come le Nereidi,
altrettante sirene intorno a lei,
la riguardavano fisso negli occhi,
facendole ornamento cogli sguardi. (45)
Alla sbarra, una specie di sirena,
a governar la rotta;
si vedevan le seriche sartie
vibrar sotto il tentar di quelle mani
morbide come fiori,
ch’eseguivano l’agile manovra.
Dal barco si spandeva tutt’intorno,
a penetrare le vicine sponde,
un arcano, ineffabile profumo. (46)
Verso di lei aveva riversato
la città tutta quanta la sua gente;
e Antonio, in trono in piazza del mercato,
restò lì solo, a fischiettare all’aria;
che, se non fosse stato per il vuoto
che avrebbe fatto, sarebbe volata
anch’essa a contemplare Cleopatra,
lasciando un vuoto alla stessa natura.
Quando approdò, Antonio mandò a lei
per invitarla a cena; gli rispose
che avrebbe preferito fosse lui
a venire da lei, suo convitato,
e lo pregava d’accettar l’invito;
al che il galante Antonio,
che mai donna sentì dire di no,
fattosi far la barba dieci volte,
si reca a quel festino, ed al suo solito
paga col cuore quel che mangia l’occhio.
AGRIPPA - Regale prostituta! Aveva già condotto
prima di lui il grande Giulio Cesare
a mettere a dormire la sua spada.
Quello l’ha arata, e lei gli ha dato il frutto.
ENOBARBO - L’ho veduta una volta saltellare
su un sol piede per ben quaranta passi
sulla pubblica via; parlava ansando
senza fiato, e di questo mancamento
fu capace di fare una tal grazia,
da emanare, sfiatata ed ansimante,
intorno a sé lo stesso grande fascino.
MECENATE - Ora Antonio dovrà piantarla in asso,
e per sempre.
ENOBARBO - No, non lo farà mai!
L’età non può appassirla, quella donna,
né l’abitudine render stantìe
le sue grazie, di varietà infinita.
L’altre donne finiscon per saziare
le voglie ch’esse appagano;
ma lei di tanto più vogliosi
gli amanti quanto più li soddisfà:
ché in lei perfino le cose più turpi
s’aggraziano, talché perfino i preti
la benedicono nella sua lussuria.
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CLEOPATRA - È morto Antonio!…
Se è questo che m’annunci, scellerato,
tu vuoi uccidere la tua padrona;
ma se dici che è libero e sta bene,
ecco per te dell’oro, e le mie vene
più azzurre da baciare: questa mano
che re hanno sfiorato con le labbra,
e baciato tremanti.
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ANTONIO - Oh, vedi, Egitto, dove m’hai condotto.
Guarda come sottraggo alla tua vista
la mia vergogna, mentre guardo indietro
tutto quel che ho lasciato alle mie spalle,
distrutto dall’infamia.
CLEOPATRA - Ah, mio signore,
Perdona alle mie vele pusillanimi.
Non pensavo che m’avresti seguito.
ANTONIO - Egitto, tu sapevi troppo bene
che il mio cuore era avvinto al tuo timone
coi lacci e che m’avresti trascinato
sulla tua scia. Sapevi qual dominio
hai sul mio spirito, e che un tuo cenno
m’avrebbe anche distolto da un comando
che avessi ricevuto dagli dèi.
CLEOPATRA - Ah, perdono, perdono!…
ANTONIO - Ora sarò costretto ad umiliarmi
con l’inviare proposte di pace
a quello sbarbatello, destreggiarmi
ricorrendo ai trucchetti e agli espedienti
di chi è caduto in basso:
io che prima mi sono baloccato
che a mio talento con metà del mondo,
facendo e disfacendo le fortune.
Sapevi troppo bene
fino a che punto io fossi tua conquista,
e come la mia spada, resa imbelle
dalla passione, avrebbe in ogni caso
solo ad essa obbedito.
CLEOPATRA - Ah, sì, perdonami!
ANTONIO - Ma nemmeno una lacrima, ti dico;
perché una sola di esse
val tutto quanto è stato vinto e perso.
Dammi un bacio, e ciò basti a ripagarmi.
Gli abbiam mandato il nostro precettore.
Sarà tornato?… Amore, io son di piombo!
Ehi, di là dentro! Vino e da mangiare!
La fortuna sa bene
che tanto più ci beffiamo di lei
quanto più s’accanisce coi suoi colpi.
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ANTONIO - Questa è la sua risposta?
EUFRONIO - Sì, signore.
ANTONIO - Che la regina troverà indulgenza
presso di lui se si disfà di me?
EUFRONIO - Così egli m’ha detto.
ANTONIO - Dillo a lei.
( A Cleopatra)
Manda questa mia testa brizzolata
al ragazzetto Cesare, ed in cambio
egli ricolmerà, con principati,
ogni tuo desiderio…
CLEOPATRA - La tua testa?…
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ANTONIO - Via, via! Che sia frustato,
e dopo trascinato qui di nuovo:
questo babbeo del seguito di Cesare
deve recargli ancora un mio messaggio.
( Escono i servi con Tireo)
( A Cleopatra)
Eri mezzo sfiorita
già prima ch’io ti conoscessi, no?(101)
Ed io avrei lasciato il mio guanciale
intatto a Roma, ed avrei rinunciato
a procrear legittima progenie
da una perla di donna, (102)
per essere in tal modo corbellato
da una che fa l’occhiolino ai servi?
CLEOPATRA - Mio buon signore…
ANTONIO - Donna depravata
sei sempre stata, ma quando nel vizio
noi c’induriamo - oh, nostra miseria! -
i saggi dèi ci sigillano gli occhi,
cacciano il nostro limpido giudizio
nel lezzo della nostra stessa melma,
ci fanno idolatrare i nostri errori,
e ridono di noi,
mentre altezzosi come dei pavoni
ci avviamo incoscienti alla rovine.
CLEOPATRA - Ah, siamo dunque a questo?
ANTONIO - T’ho trovata ch’eri un boccone freddo
sopra il piatto del morto Giulio Cesare;
anzi, no, peggio: ch’eri un rimasuglio
di Gneo Pompeo, senza poi parlare
di tutte le ore calde di lascivia
rimaste ignote alla pubblica fama
ch’hai spiluccato per la tua lussuria:
ché tu la temperanza, ne son certo,
se pure ti riesca immaginarla,
non sai proprio cos’è.
CLEOPATRA - Perché parli così?
ANTONIO - Permettere ad un servo uso alle mance
e a biascicare: “Dio ve ne rimeriti!”
di osar di prendersi tanta licenza
con la tua mano, questa mia compagna
di giochi, questo sigillo regale
e pegno di due cuori nobilissimi!…
Ah, perché non son io finito ormai
sul colle di Basàn,(103) a soverchiare
il muggito della cornuta mandria
col mio, giacché ne avrei fieri motivi,
che ad elencarli senza andare in bestia
sarebbe come avere il cappio al collo
e ringraziare il boia
per esser così bravo a maneggiarlo.
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ANTONIO - Eros, mi vedi ancora in faccia a te?
EROS - Sì, nobile signore.
ANTONIO - Perché a volte ci accade di vedere
una nuvola a forma di dragone,
a volte un qualche vaporoso effluvio
che somiglia ad un orso o ad un leone,
a una rocca turrita,
a un alto picco sporgente a strapiombo,
ad un monte biforcuto,
a un promontorio azzurro con degli alberi,
che reclinan le chiome sulla terra
e par che si confondano con l’aria… (128)
Li avrai visti anche tu: sono i cortei (129)
dei personaggi dell’opaco vespero…
EROS - Infatti, mio signore.
ANTONIO - … e quello che sembrava ora un cavallo,
in un batter di ciglio
la cortina di nubi lo cancella
e ce lo rende indistinto alla vista,
come acqua in mezzo all’acqua.
EROS - È vero, mio signore.
ANTONIO - Ebbene, Eros,
anche il tuo capitano non è più
che una forma indistinta come quelle.
Ecco, come mi vedi, io sono Antonio:
eppure non potrò più conservare
questa forma visibile. Non più.
Ho fatto questa guerra
per l’Egitto e per questa sua regina
di cui credevo possedere il cuore,
così com’ella possedeva il mio,
che per il tempo ch’era stato mio
se n’era annessi a sé un milione e più,
ora tutti perduti… Ma lei, Eros,
ha mescolato le carte con Cesare, (130)
e, barando, ha ceduto la mia gloria
in cambio del trionfo del nemico. (131)
Ma tu non piangere, Eros gentile;
restiamo ancor noi stessi, per finirci.
Entra MARDIANO
Ah, quella svergognata tua padrona
m’ha rubato la spada!
MARDIANO - No, Antonio, ella t’ha amato, e le sue sorti
facevano tutt’uno con le tue.
ANTONIO - Vattene, eunuco impertinente! Zitto!
M’ha tradito, e dev’esser messa a morte! (132)
MARDIANO - La morte è un debito che una persona
paga una volta sola:
ed ella il conto suo l’ha già saldato.
Perché quel che volevi fare tu,
è stato già compiuto, ed in tue mani:
il suo ultimo dire è stato: “Antonio,
nobilissimo Antonio!”…
Poi, nel mezzo d’un gemito straziante
questo nome di Antonio s’è spezzato
diviso tra il suo cuore e le sue labbra.
E così, col tuo nome in lei sepolto
ha reso la sua vita.
ANTONIO - È morta, dunque?
MARDIANO - Sì.
ANTONIO - Eros, toglimi via quest’armatura:
il compito del nostro lungo giorno
è finito, e dobbiamo riposare.
( A Mardiano)
Che tu possa partirti sano e salvo
da qui, ripaga generosamente
la tua fatica. Va’. (133)
( Esce Mardiano)
Eros, disarmami.
Ora il settemplice scudo di Aiace (134)
non basterebbe a proteggermi il cuore
da tanti colpi. Miei fianchi, squarciatevi!
Cuore, per una volta, sii più forte
del tuo fragile involucro di carne,
e spezzalo! Fa’ presto, presto, Eros!
Disarmami: non sono più un soldato.
E tu, armatura mia piena d’ammacchi,
va’, sei stata indossata con onore!
Ora, ti prego, lasciami un momento.
( Esce Eros)
Io vengo a te, Cleopatra,
a implorare piangendo il tuo perdono.
Così dev’essere: ché ormai per me
ogni ulteriore indugio è una tortura.
Spenta è la fiaccola, stenditi in terra
e poni fine agli errori e agli affanni.
Ora ogni sforzo ottiene il suo contrario,
la forza stessa inceppa la sua forza.
Apponiamo il sigillo, e sia finita,
Eros!… Io vengo, o mia regina, aspettami.
Ce ne andremo tenendoci per mano
dove l’anime giacciono sui fiori
e coll’incedere nostro radioso
ci faremo ammirare dagli spiriti:
Didone ed il suo Enea
non avran più chi faccia lor corteggio,
perché tutti verranno al nostro seguito.
EROS - Che cosa mi comanda il mio padrone?
ANTONIO - Dacché Cleopatra è morta,
io sto vivendo in tale disonore
che dagli stessi dèi
la mia bassezza è stata presa in odio.
Io, che ho squarciato con la spada il mondo,
e ho fatto sorgere città di navi
sopra l’azzurra schiena di Nettuno,
mi trovo adesso ad incolpar me stesso
d’aver meno coraggio d’una donna
e d’esser meno nobile di lei
che con la propria morte dice a Cesare:
“Io son la vincitrice di me stessa”.
Eros, tu m’hai giurato
che quando fosse giunto quel momento
ch’io sentissi la spinta irrefrenabile
dell’avversa fortuna e dell’orrore,
m’avresti ucciso. Ebbene è giunto. Fallo!
Eros, se tu mi uccidi,
tu non uccidi me: sconfiggi Cesare.
Fa’ tornare il colore alle tue guance. (135)
EROS - Che gli dèi mi trattengano la mano!
Dovrei dunque far io, mio generale,
quello cui tutte le frecce dei Parti
ancor che a te nemiche, non riuscirono,
ogni volta mancando il tuo bersaglio?
ANTONIO - E tu vorresti, Eros,
da una finestra della grande Roma,
star lì a veder sfilare il tuo padrone,
così, braccia conserte e capo chino,
nell’attesa penosa del castigo,
sfatto nel volto da vergogna atroce,
mentre dinnanzi a lui
il fortunato Cesare in trionfo
sul suo carro facesse risaltare
davanti a tutto il popolo romano
l’estremo suo ludibrio?
EROS - No, signore,
questo, di certo, non vorrei vederlo.
ANTONIO - Su, forza, allora! Ché da questo male
può guarirmi soltanto una ferita.
Sfodera la tua spada
che sempre hai cinto con tanto valore
per la tua patria.
EROS - Oh, signore, perdonami!
ANTONIO - Il giorno che ti feci emancipato (137)
non mi giurasti che l’avresti fatto,
se te l’avessi chiesto?
Ebbene, adesso devi farlo, subito,
o tutti i tuoi servizi precedenti
saranno stati solo accidentali
e senza alcuno scopo.
Avanti! Sfodera la spada e vieni!
EROS - Allora volgi altrove quel tuo volto,
quel tuo nobile volto
in cui vive la maestà del mondo.
ANTONIO - Ecco fatto.
( Volge altrove il viso)
EROS - Il mio ferro è sguainato.
ANTONIO - E allora, avanti, che compia l’azione
per cui l’hai tratto!
EROS - Amato mio padrone,
mio capitano e mio imperatore,
prima ch’io vibri il sanguinoso colpo,
lasciami dirti addio.
ANTONIO - È detto: addio, Eros, caro amico.
EROS - Addio, mio grande capo.
Debbo colpire adesso?
ANTONIO - Adesso, Eros.
EROS - Ecco, allora! Così io mi sottraggo
al dolor di veder morire Antonio!
( Si trafigge con la propria spada e muore)
ANTONIO - O tu, di me più nobile tre volte!
O valoroso Eros!
Tu qui m’insegni quel che avrei dovuto,
e tu non hai potuto!
Con questo loro esempio di coraggio
la mia regina ed Eros
si sono conquistati su di me
un loro titolo di nobiltà.
Ma la mia morte io voglio abbracciarla
come fossi il suo sposo, e andarle incontro
come si corre al letto d’un’amante!
E dunque, avanti!… Eros,
il tuo padrone muore tuo discepolo:
ecco, tu m’hai insegnato a far così…
( Si lascia cadere sulla spada)
Ah, non muoio, non muoio!… Guardie, olà!
Finitemi!…
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PROCULEIO - Calmati, mia signora.
CLEOPATRA - Proculeio, io non prenderò più cibo,
più non berrò - se val, per una volta
un ozioso parlare come questo -
né dormirò. Questa mortal dimora
la manderò in rovina,
Cesare faccia pure ciò che vuole;
ma sappi, Proculeio,
ch’io mai comparirò stretta in catene
alla corte del vostro imperatore,
né soffrirò di vedermi insultata
dal casto sguardo della fredda Ottavia.
E che! Dovrei lasciarmi forse esporre
allo scherno della plebaglia urlante
di una Roma bigotta?… Meglio un fosso,
che mi sia tomba pietosa in Egitto!
Meglio giacermi nuda
nella melma del Nilo, e le zanzare
a gonfiare coi morsi il mio cadavere
fino a ridurlo ad una massa informe.
Fate piuttosto dell’alte piramidi
del mio paese il palco di mia forca,
e impiccatemi là!
PROCULEIO - Tu spingi i tuoi propositi d’orrore
al di là di che possa tu trovare
motivo d’essi in Cesare.
Shakespeare .«C'è Lila, questa persona concreta, unica, addormentata accanto a lui, che un giorno era nata e adesso era viva e si agitava nel sonno e tra non molto, come tutti, sarebbe morta;- e c'è quest'altra, chiamiamola lila, che è immortale, che temporaneamente abita Lila e poi passerà oltre. La Lila che dorme l'aveva incontrata solo da poche ore. Ma la Lila sempre desta, che non dorme mai, era da tanto che lo seguiva. E lui lei».
22 May .<<E senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la rappresentazione alla realtà, l'apparenza all'essere... Ciò che per esso è 'sacro' non è che la 'illusione', ma ciò che è profano è la 'verità'. Anzi il sacro s'ingigantisce ai suoi occhi via via che diminuisce la verità e l'illusione aumenta, cosicché il colmo dell'illusione è anche per esso il colmo del sacro.>> L.Feuerbach .<<...spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato.Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l'ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel'avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l'avrei voluta io.
Meno di questo l'amore non è niente.>> Erri De Luca, "Il contrario di uno" 15 May .Shep: Volevi solo uscirne, eh? (...) Non siamo mai stati speciali, o destinati a vivere tutto ciò da “Revolutionary Road” .L'uomo di buona memoria nulla ricorda, perché nulla dimentica.
Beckett 11 May .Interno senza mobili. Beckett .Ma cosa aveva scritto Marinetti? Aveva messo al centro di ogni attività artistica non solo l'attività vitale di qualsiasi organismo vivente, ossia «la fenomenologia del divenire e del perpetuo svolgimento», ma l'energia come forza motrice, quella che si concreta nella macchine, nell'elettricità, nel movimento di ogni e qualsivoglia mezzo o strumento tecnico. Alcune delle sue affermazioni suonarono (e tuttora suonano) veramente come irriverenti, violente, per tutto il nostro grande passato: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova:la bellezza della velocità. (….) un'automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro,dal piacere o dalla sommossa:canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne;canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche;le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto che scalpitano sulle rotaie come enormi cavalli d'acciaio, imbrigliati di tubi e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. Ed ecco l'ultimo proclama:«Uccidiamo il chiaro di luna»! Cioè uccidiamo i sentimenti, l'amore, la nostalgia e in definitiva, il passato: lo sguardo dei giovani artisti (ma l'artista non può che essere giovane!) deve volgersi al futuro o immergersi nel presente. Per questo Marinetti chiama i seguaci del nuovo verbo distruttore «gli allegri incendiari dalle dita carbonizzate» : «Eccoli! Eccoli! …Suvvia date fuoco agli scaffali delle biblioteche!.. Sviate il corso dei canali per inondare i musei!...Oh,la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere, stinte su quelle acque,le vecchie tele gloriose!...Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!». .Ti toglievi la fascia dalla vita, ti strappavi i sandali, gettavi in un angolo l’ampia gonna, era di cotone, mi sembra, e scioglievi il nodo che stringeva i capelli in una coda. Avevi la pelle d’oca e ridevi. Eravamo talmente vicini che non potevamo vederci, assorti entrambi in quel rito urgente, avvolti nel calore e nell’odore che emanavamo insieme. Mi aprivo il passo per le tue vie, le mie mani sulle tua vita protesa e le tue impazienti. Sfuggivi, mi percorrevi, mi scalavi, mi avvolgevi con le tue gambe invincibili, mi dicevi mille volte vieni con le labbra sulle mie.
Nell’attimo estremo avevamo un bagliore di completa solitudine, ciascuno perduto nel proprio abisso rovente, ma subito risorgevamo al di la del fuoco per scoprirci abbraciati nel disordine dei guanciali, sotto la zanzariera bianca. Ti scostavo i capelli per guardarti negli occhi. Talvolta ti sedevi accanto a me con le gambe raccolte e il tuo scialle di seta su una spalla, nel silenzio della notte che iniziava appena. Così ti ricordo, in quiete. Tu pensi per parole, per te il linguaggio è un filo inesauribile che tessi come se la vita si facesse narrandola. Io penso per immagini congelate in una foto. Ma non impressa su una lastra, piuttosto come disegnata a penna, è un ricordo minuzioso e perfetto dai volumi morbidi e dai colori caldi, rinascimentale, come un’intenzione colta su una carta porosa o su una tela. E’ un momento profetico, è tutta la nostra esistenza, tutto il vissuto e il da vivere, tutti i tempi simultanei, senza inizio ne fine. Da una certa distanza guardo quel disegno, in cui ci sono anch’io. Sono spettatore e protagonista. Sono nella penonmbra, velato dalla foschia di un tendaggio trasparente. So che sono io, ma sono anche questo stesso che osserva dall’esterno. Conosco ciò che sente l’uomo dipinto su quel letto disfatto, in una stanza dalle travi oscure e dal soffitto da cattedrale, dove la scena appare come il frammento di un’antica cerimonia. Sono lì con te e anche qui, solo, in un altro tempo della coscienza. Nel quadro la coppia riposa dopo aver fatto l’amore, la pelle di entrambi luccica, umida. L’uomo ha gli occhi chiusi, una mano sul proprio petto e l’altra sulla coscia di lei, in una intima complicità. Per me questa visione è ricorrente e immutabile, nulla cambia, è sempre lo stesso sorriso placido dell’uomo, lo stesso languore della donna, le stesse pieghe delle lenzuola e gli stessi angoli bui della stanza, sempre la luce della lampada sfiora i seni e gli zigomi di lei con la stessa angolatura, e sempre lo scialle di seta e i capelli scuri cadono con identica delicatezza. Ogni volta che penso a te ti vedo così, ci vedo così, fissati per sempre su quella tela, invulnerabili alla corrosione della cattiva memoria. Posso divagarmi a lungo su quella scena, fino a sentire che entro nello spazio del quadro e non sono più colui che osserva, ma l’uomo che giace accanto a quella donna. Allora si spezza la simmetrica quiete del dipinto e sento le nostre voci vicinissime.
Rolf Carlè .Le cose sono padrone dei padroni delle cose e io non trovo il mio volto nello specchio. Parlo ciò che non dico. Sto, ma non sono. E salgo su un treno che mi porta dove non vado, in un paese esiliato da me. (Finestra sulla nuca) Il tempo rende gemelli gli amanti. Galeano 10 May .
06 May .Io amo colui la cui anima è troppo ricca, sí che egli dimentica se stesso e tutte le cose che sono in lui: in tal guisa tutte le cose diverranno la sua distruzione. Nietzsche 04 May .Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, perché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive.
Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l'altro giorno, quando tenevo in mano quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com'era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è proprio così, una specie di nausea nelle mie mani. Appoggio la mia mano sulla panchina, ma la ritiro subito: essa esiste. Questa cosa sulla quale sono seduto, sulla quale appoggiavo la mano si chiama una panchina. L'hanno fatta apposta perché ci si possa sedere, hanno preso del cuoio, delle molle, della stoffa, si sono messi al lavoro, con l'idea di fare una sedia e quando hanno finito era questo che avevano fatto. L'hanno portata qui, in questa scatola, e ora la scatola viaggia e sballotta, con i suoi vetri tremolanti, e porta nei suoi fianchi questa cosa rossa. Mormoro: è una panchina, un po' come un esorcismo. Ma la parola mi rimane sulle labbra: rifiuta di andarsi a posare sulla cosa. Essa rimane quello che è, con la sua peluria rossa, migliaia di zampette rosse, all'aria, diritte, zampette morte. Questo enorme ventre girato all'aria, sanguinante, sballottato - rigonfio con tutte le sue zampe morte, ventre che galleggia in questa scatola, in questo cielo grigio, non è una panchina. Potrebbe benissimo essere un asino morto, per esempio, sballottato nell'acqua e che galleggia alla deriva, il ventre all'aria in un grande fiume grigio, un fiume da inondazione; e io sarei seduto sul ventre dell'asino e i miei piedi bagnerebbero nell'acqua chiara.
L'essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l'esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente: gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C'è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c'è alcun essere necessario che può spiegare l'esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un'apparenza che si può dissipare; è l'assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare... ecco la Nausea.
La sua camicia di cotone azzurro spicca allegramente sulla parete color cioccolato. Anche questo dà la Nausea. O piuttosto, è la Nausea. La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt'uno col caffè, son io che sono in essa.
Altre carte continuano a cadere, le mani vanno e vengono. Che curiosa occupazione, non sembra né un gioco, né un rito, né un'abitudine. Credo ch'essi lo facciano per occupare il tempo, semplicemente. Ma il tempo è troppo vasto, non si lascia riempire. Tutto ciò che uno vi getta s'ammollisce e si stira. Per esempio questo gesto della mano rossa, che raccoglie le carte incespicando, è fiacco. Bisognerebbe scucirlo e tagliarlo dentro.
Io vedo l'avvenire. È là, posato sulla strada, appena un po' più pallido del presente. Che bisogno ha di realizzarsi? Che cosa ci guadagna? La vecchia s'allontana zoppicando, si ferma, si tira su una ciocca grigia che le sfugge dal fazzoletto. Cammina, era là, ora è qui... non so più come sia: li vedo, i suoi gesti, o li prevedo? Non distinguo più il presente dal futuro, e tuttavia la cosa continua, si realizza a poco a poco; la vecchia avanza per la via deserta, sposta le sue grosse scarpe da uomo. Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all'esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo. Ecco che cosa ho pensato: affinché l'avvenimento più comune divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse. [...] Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s'ordinassero come quelli d'una vita che si rievoca. Sarebbe come tentar d'acchiappare il tempo per la coda. Niente è cambiato, e tuttavia tutto esiste in un'altra maniera. Non posso descriverlo, è come la Nausea e tuttavia è esattamente l'opposto: finalmente mi capita un'avventura e se m'interrogo vedo che mi capita e che sono io che sono qui; sono io che fendo la notte, sono felice come un eroe di romanzo. Un brivido mi percorre dalla testa ai piedi: è... è lei che m'attendeva. Lei era lì, ergendo il suo busto immobile sopra la cassa, e sorrideva. Dal fondo di questo caffè qualcosa torna indietro sui momenti sparsi di questa domenica e li salda gli uni agli altri, dà loro un senso: ho traversato tutta questa giornata per venire a finir qui, con la fronte contro questo vetro, per contemplare questo volto fine che si schiude su una tenda granata. Tutto s'è fermato; la mia vita s'è arrestata: questo vetro, quest'aria greve, azzurra come l'acqua, ed io stesso formiamo un tutto immobile e compatto: sono felice. Sono invecchiati in un altro modo. Vivono in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile per loro è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Hanno armadi pieni di bottiglie, di stoffe, di vecchi vestiti, di giornali, hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari. Ma il suo giudizio mi trafiggeva come una spada e metteva in discussione perfino il mio diritto d'esistere. Ed era vero, me n'ero sempre reso conto: non avevo il diritto di esistere. Ero apparso per caso, esistevo come una pietra, una pianta, un microbo. La mia vita andava a capriccio, in tutte le direzioni. A volte mi dava avvertimenti vaghi, a volte non sentivo che un ronzio senza conseguenze. Tutto era pieno, tutto era in atto, non c'era intervallo, tutto, perfino il più impercettibile sussulto, era fatto con un po' d'esistenza. E tutti questi esistenti che si affaccendavano attorno all'albero non venivano da nessun posto e non andavano in nessun posto. Di colpo esistevano, e poi, di colpo non esistevano più: l'esistenza è senza memoria; di ciò che scompare non conserva nulla — nemmeno un ricordo. Sartre
01 May .
Mishima .Io vanamente cerco per tutto distrazione, a me davanti ronza la folla variopinta... Eppure è freddo il cuore, dorme la fantasia: stranieri mi son tutti, e io staniero a loro.
Lermontov |
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