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    08 September

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    "Normale é una parola storta. parliamo di frequenza e infrequenza. Io sono un infrequente. Infrequente é bello. E' una rarità" (M. Mazzantini)
    24 July

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    Non ce n’è uno di voi in questa stanza
    che riconoscerebbe l’amore neanche se si alzasse
    e ve lo mettesse nel culo
     
    Carver
    20 July

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    Non importa con quanto scrupolo seguirai le indicazioni: avrai sempre l'impressione di aver perso qualcosa, la sensazione sprofondata sotto la tua pelle di non aver vissuto tutto. C'è quel sentimento di caduta nel cuore, per essere andato troppo in fretta nei momenti in cui avresti dovuto fare attenzione. Be', abituati a quella sensazione. È così che un giorno sentirai tutta la tua vita. È solo questione di abitudine. Niente di tutto ciò ha importanza.
     
    14 July

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    Tutti gli imbecilli borghesi che pronunciano, continuamente le parole "immoralità, immoralità, moralità dell'arte", mi fanno venire in mente Louise Villedieu, prostituta da cinque franchi, che accompagnandomi una volta al Louvre (...) domandava, dinanzi a quelle statue e a quei quadri immortali, come si potessero esporre pubblicamente simili indecenze. 
    BAUDELAIRE
    13 July

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    La vostra anima è uno scelto paesaggio. | incantato da maschere e da bergamasche | che suonano il liuto e danzano, quasi | tristi sotto i loro travestimenti fantastici.
     
    Verlaine

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    "L'unica cosa veramente insopportabile è che non c'è nulla di insopportabile".
    Rimbaud
     
    "Io sono fedele a tutti i miei amanti, perchè una volta che li ho amati li amerò per l'eternità. E quando sono solo la sera o sul fare dell'alba allora chiudo gli occhi e di ognuno di essi celebro i fasti."
    P. Verlaine
    "Questa non è fedeltà, è nostalgia."
    A. Rimbaud
     
    11 July

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    «L’innamoramento introduce in questa opacità una luce accecante. L’innamoramento libera il nostro desiderio e ci mette
    al centro di ogni cosa. Noi desideriamo, vogliamo assolutamente qualcosa per noi. Tutto ciò che facciamo per la persona
    amata non è far qualcosa d’altro e per qualcun altro, è farlo per noi, per essere felici. Tutta la nostra vita è rivolta verso
    una meta il cui premio è la felicità. I nostri desideri e quelli dell’amato si incontrano. L’innamoramento ci trasporta in
    una sfera di vita superiore dove si ottiene tutto o si perde tutto. La vita quotidiana è caratterizzata dal dover fare sempre
    qualcosa d’altro, dal dover scegliere fra cose che interessano ad altri, scelta fra un disappunto più grande ed un
    disappunto più lieve. Nell’innamoramento, la scelta è fra il tutto e il nulla. […] La polarità della vita quotidiana è fra la
    tranquillità ed il disappunto; quella dell’innamoramento fra l’estasi e il tormento. La vita quotidiana è un eterno
    purgatorio. Nell’innamoramento c’è solo il paradiso o l’inferno; o siamo salvi o siamo dannati.» 
    F.
    ALBERONI,Innamoramento e amore, Milano 2009
    28 June

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    In trappola

    Non spogliare il mio amore
    potresti trovare un manichino;
    non spogliare il manichino
    potresti trovare
    il mio amore.

    Lei mi ha dimenticato
    tanto tempo fa.

    Sta provandosi un cappello
    nuovo
    e sembra
    piu' civetta
    che mai.

    Lei è una
    bambina
    e un manichino
    e
    morte.

    Non so odiare
    questo.

    Non ha fatto
    niente di
    strano.

    Avrei voluto che
    lo facesse.

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    E' il modo in cui giochi

    chiamalo amore
    infilalo diritto nella luce
    debole
    mettilo in un vestito
    prega canta implora piangi ridi
    spegni le luci
    accendi la radio
    aggiungi le guarnizioni:
    burro, uova crude, il giornale
    di ieri;
    una stringa nuova, poi aggiungi
    paprika, zucchero, sale, pepe
    telefona alla zia ubriaca
    a Calexico;
    chiamalo amore,
    chiamalo bene, aggiungi
    verza e succo di mela
    poi scaldalo
    su un lato,
    poi scaldalo
    dall'altro,
    mettilo in una scatola
    buttala via
    abbandonala su una soglia
    vomitando mentre vai
    nell'ortensia.

    17 June

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    A heart that's full up like a landfill

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    - Ho capito. Quel che mi interessa, però, è quanti morti ci sono stati, quali danni ha fatto la guerra. Cose così, sa, che uno chiede quando si sente responsabile.
    -
    Morti? Nessuno.
    - Mi scusi, quanto è durata questa guerra?
    -
    Ventisette anni.
    - E in ventisette anni di guerra non c'è scappato nemmeno un morto?
    -
    Uno, tra i Sicumeri, ma non si sentiva bene da prima.
    - Non capisco.
    -
    E' abbastanza facile: i Gioviali non possono morire.
    - Ah no?
    -
    No. Loro, quando finiscono di usare il corpo che hanno, si trasformano in concime.
    - Questo noi lo chiamiamo morire.
    - Loro no. Lo chiamano diventare delle bellissime piante.

    09 June

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    uomo e donna a letto alle 10 pomeridiane

    di Charles Bukowski

    mi sento come una scatola di sardine,disse lei.
    mi sento come un cerotto, dissi io.
    mi sento come un panino al tonno, disse lei.
    mi sento come un pomodoro a fette, dissi io.
    mi sento come se stesse per piovere, disse lei.
    mi sento come se l'orologio s'è fermato, dissi io.
    mi sento come se la porta fosse aperta, disse lei.
    mi sento come se stesse per entrare un elefante, dissi io.
    mi sento che dovremmo pagare l'affitto, disse lei.
    mi sento che dovresti trovare lavoro, disse lei.

    non me la sento di lavorare, dissi.

    mi sento che di me non te me ne importa, disse lei.
    mi sento che dovremmo far l'amore, dissi io.
    mi sento che l'amore l'abbiamo fatto fìn troppo, disse lei.
    mi sento che dovremmo farlo più spesso, dissi io.
    mi sento che dovresti trovare lavoro, disse lei.
    mi sento che dovresti trovare lavoro, dissi io.
    mi sento una gran voglia di bere, disse lei.
    mi sento come una bottiglia di whisky, dissi io.
    mi sento che finiremo come due ubriaconi, disse lei.
    mi sento che hai ragione, dissi io.
    mi sento di mollare tutto, disse lei.
    mi sento che ho bisogno d'un bagno, dissi io.
    anch'io mi sento che hai bisogno d'un bagno, disse lei.
    mi sento che dovresti lavarmi la schiena, dissi io.
    mi sento che tu non mi ami, disse lei.
    mi sento che ti amo, dissi io.
    ti sento dentro adesso, disse lei.
    anch'io sento che adesso sono dentro di te, dissi io.
    mi sento che adesso ti amo, disse lei.
    mi sento che ti amo più di te, dissi io.
    mi sento benone, disse lei, ho voglia di urlare.
    mi sento che non la smetterei più, dissi io.
    mi sento che ne saresti capace, disse lei.

    mi sento, dissi io.
    mi sento, disse lei.
     
    02 June

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    «E Dio, vedendomi, non farà altro che cominciare a tagliarsi le unghie con un tronchesino».

    Zhou Weihui, “Shanghai baby”

     

    Come può essere così generosa la vita, che provvede un compenso tanto sublime alla mediocrità?».

    Umberto Eco, “Il pendolo di Foucault”

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    «Scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male».

    Alessandro Baricco, “Oceano mare”

     

    «La vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce a immaginarsi il desiderio».

    Alessandro Baricco, “Oceano mare”

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    «Oggi, il nostro sforzo è quello di fingere di non essere i peggiori nemici di noi stessi».

    “La scimmia pensa, la scimmia fa. Quando la realtà supera la fantasia” di Chuck Palahniuk

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    «L’uomo nasce per morire. Che significato ha? Stare lì ad aspettare. Ad aspettare il primo treno. Ad aspettare una tettona in una sera d’agosto in una stanza d’albergo a Las Vegas. Ad aspettare che i topi si mettano a cantare. Ad aspettare che ai serpenti spuntino le ali. Stare lì».

    Charles Bukowski

    29 May

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    Ma voi potreste? (1913)

    A un tratto impiastricciai la mappa dei giorni prosaici,

    dopo aver schizzato tinta da un bicchiere,

    e mostrai su un piatto di gelatina

    gli zigomi sghembi dell'oceano.

    Sulla squama d'un pesce di latta

    lessi gli appelli di nuove labbra.

    Ma voi

    potreste

    eseguire un notturno

    su un flauto di grondaie?

     

    M.

    28 May

    .

    Per noi

    di Vladimir Vladimirovic Majakovskij

    L'amore
    non è paradiso terrestre,
    a noi
    l'amore
    annunzia ronzando
    che di nuovo
    è stato messo in marcia
    il motore
    raffreddato del cuore.
    25 May

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    "Io mi farò una capanna di giunchi al tuo cancello e con l'anima entrerò nella tua casa, comporrò dei madrigali al condannato amore e te li canterò ad alta voce tutte le notti. Esalterò il tuo nome alle rieccheggianti colline finchè non risuonerà in tutto l'aere un grido solo: Cleopatra!"

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    Oh, Carmiana, che pensi,
    dove si trova Antonio in questo istante?
    Starà in piedi, o seduto?
    Andrà a passeggio, oppure andrà a cavallo?
    Fortunato cavallo,
    che ti porti il suo peso!… Siigli docile:
    se tu sapessi chi ti porti in groppa!
    Il semi-Atlante dell’intero mondo!
    (25)
    Braccio e cimiero della specie umana!
    (26)
    Ora starà dicendo, o mormorando:
    “Dove sarà, a quest’ora,
    il serpentello mio del vecchio Nilo?”…
    Perché così mi chiama, ed io mi nutro
    del veleno più dolce e delizioso:
    il pensiero ch’ei pensi sempre a me,
    cui gli amorosi pizzichi di Febo
    hanno reso la pelle tanto scura
    e ormai solcata in profondo dal tempo.
    Cesare fronte-larga, al tempo tuo,
    quando eri ancor coi piedi sulla terra,
    io ero, sì, un boccone da re;
    ed il grande Pompeo
    mi sgranava sul viso tanto d’occhi,
    quasi volesse là ancorar lo sguardo,
    e là morir nella contemplazione
    di tutta la sua vita!
     
    Cleopatra, parlando di Antonio con un'ancella
     
     
    -----------------------
     
     
    ALESSA - L’ultimo gesto, prima di partire,
    è stato, mia regina, un lungo bacio
    - l’ultimo dei moltissimi già dati -
    a questa splendida perla d’oriente,
    e quel che ha detto ce l’ho ancora in cuore.
     
    CLEOPATRA - E dal tuo cuore versalo al mio orecchio.
     
    ALESSA - “Buon amico - mi dice - al grande Egitto
    riferisci che il fido suo Romano
    le manda questo tesoro d’un’ostrica;
    ma a compensar la pochezza del dono,
    dille che vorrà stendere ai suoi piedi
    un variopinto tappeto di regni,
    per far più bello il suo trono opulento,
    sì che tutto l’Oriente, devi dirle,
    dovrà chiamarla signora e padrona”.
    Indi mi fece appena un breve cenno
    e tutto serio in volto balzò in sella
    a un cavallo inguantato d’armatura
    (30)
    che levò alto in aria un tal nitrito,
    da soffocare bestialmente in me
    tutto quello che avrei voluto dirgli.
     
    CLEOPATRA - E d’umore com’era, triste o allegro?
     
    ALESSA - Era l’esatta immagine, signora,
    della stagion dell’anno che sta in mezzo
    tra la grande calura e il grande gelo:
    non era triste, ma nemmeno allegro.
     
     
    -----------------
     
     
    AGRIPPA - Già, sul Cidno; fu là ch’egli le apparve,
    la prima volta, se chi me l’ha detto
    non se lo sia inventato.
     
    ENOBARBO - Vi dirò.
    La galea su cui ella sedeva
    come un trono brunito ardea sull’acqua;
    la poppa era tutt’oro martellato,
    di porpora le vele, e un tal profumo
    ne esalavan per l’aria tutt’intorno,
    da far languir d’amore i venticelli;
    i remi eran d’argento,
    e tenevano il ritmo al suon di flauti,
    e l’acqua smossa li seguiva rapida
    come invaghita delle lor palate.
    Quanto alla sua persona,
    superava qualsiasi descrizione:
    era seduta sotto un baldacchino
    di seta, tutto trapuntato d’oro,
    e offuscava l’immagine di Venere,
    com’è rappresentata nei dipinti
    dove vediamo che la fantasia
    sopravanza di molto la natura:
    ai due lati paffuti fanciulletti,
    come tanti Cupidi sorridenti,
    agitavan flabelli variopinti,
    e pareva che il loro ventolio
    infiammasse le sue morbide guance,
    da loro stessi prima rinfrescate:
    un bellissimo fare e poi disfare.
     
    AGRIPPA - Oh, preziosa visione, per Antonio!
     
    ENOBARBO - Le sue ancelle, come le Nereidi,
    altrettante sirene intorno a lei,
    la riguardavano fisso negli occhi,
    facendole ornamento cogli sguardi.
    (45)
    Alla sbarra, una specie di sirena,
    a governar la rotta;
    si vedevan le seriche sartie
    vibrar sotto il tentar di quelle mani
    morbide come fiori,
    ch’eseguivano l’agile manovra.
    Dal barco si spandeva tutt’intorno,
    a penetrare le vicine sponde,
    un arcano, ineffabile profumo.
    (46)
    Verso di lei aveva riversato
    la città tutta quanta la sua gente;
    e Antonio, in trono in piazza del mercato,
    restò lì solo, a fischiettare all’aria;
    che, se non fosse stato per il vuoto
    che avrebbe fatto, sarebbe volata
    anch’essa a contemplare Cleopatra,
    lasciando un vuoto alla stessa natura.
    Quando approdò, Antonio mandò a lei
    per invitarla a cena; gli rispose
    che avrebbe preferito fosse lui
    a venire da lei, suo convitato,
    e lo pregava d’accettar l’invito;
    al che il galante Antonio,
    che mai donna sentì dire di no,
    fattosi far la barba dieci volte,
    si reca a quel festino, ed al suo solito
    paga col cuore quel che mangia l’occhio.
     
    AGRIPPA - Regale prostituta!
    Aveva già condotto
    prima di lui il grande Giulio Cesare
    a mettere a dormire la sua spada.
    Quello l’ha arata, e lei gli ha dato il frutto.
     
    ENOBARBO - L’ho veduta una volta saltellare
    su un sol piede per ben quaranta passi
    sulla pubblica via; parlava ansando
    senza fiato, e di questo mancamento
    fu capace di fare una tal grazia,
    da emanare, sfiatata ed ansimante,
    intorno a sé lo stesso grande fascino.
     
    MECENATE - Ora Antonio dovrà piantarla in asso,
    e per sempre.
     
    ENOBARBO - No, non lo farà mai!
    L’età non può appassirla, quella donna,
    né l’abitudine render stantìe
    le sue grazie, di varietà infinita.
    L’altre donne finiscon per saziare
    le voglie ch’esse appagano;
    ma lei di tanto più vogliosi
    gli amanti quanto più li soddisfà:
    ché in lei perfino le cose più turpi
    s’aggraziano, talché perfino i preti
    la benedicono nella sua lussuria.
     
     
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    CLEOPATRA - È morto Antonio!…
    Se è questo che m’annunci, scellerato,
    tu vuoi uccidere la tua padrona;
    ma se dici che è libero e sta bene,
    ecco per te dell’oro, e le mie vene
    più azzurre da baciare: questa mano
    che re hanno sfiorato con le labbra,
    e baciato tremanti.
     
     
    ---------------------------------
     
     
     
    ANTONIO - Oh, vedi, Egitto, dove m’hai condotto.
    Guarda come sottraggo alla tua vista
    la mia vergogna, mentre guardo indietro
    tutto quel che ho lasciato alle mie spalle,
    distrutto dall’infamia.
     
    CLEOPATRA - Ah, mio signore,
    Perdona alle mie vele pusillanimi.
    Non pensavo che m’avresti seguito.
     
    ANTONIO - Egitto, tu sapevi troppo bene
    che il mio cuore era avvinto al tuo timone
    coi lacci e che m’avresti trascinato
    sulla tua scia. Sapevi qual dominio
    hai sul mio spirito, e che un tuo cenno
    m’avrebbe anche distolto da un comando
    che avessi ricevuto dagli dèi.
     
    CLEOPATRA - Ah, perdono, perdono!…
     
    ANTONIO - Ora sarò costretto ad umiliarmi
    con l’inviare proposte di pace
    a quello sbarbatello, destreggiarmi
    ricorrendo ai trucchetti e agli espedienti
    di chi è caduto in basso:
    io che prima mi sono baloccato
    che a mio talento con metà del mondo,
    facendo e disfacendo le fortune.
    Sapevi troppo bene
    fino a che punto io fossi tua conquista,
    e come la mia spada, resa imbelle
    dalla passione, avrebbe in ogni caso
    solo ad essa obbedito.
     
    CLEOPATRA - Ah, sì, perdonami!
     
    ANTONIO - Ma nemmeno una lacrima, ti dico;
    perché una sola di esse
    val tutto quanto è stato vinto e perso.
    Dammi un bacio, e ciò basti a ripagarmi.
    Gli abbiam mandato il nostro precettore.
    Sarà tornato?… Amore, io son di piombo!
    Ehi, di là dentro! Vino e da mangiare!
    La fortuna sa bene
    che tanto più ci beffiamo di lei
    quanto più s’accanisce coi suoi colpi.
     
     
     
    ---------------------------------------
     
     
    ANTONIO - Questa è la sua risposta?
     
    EUFRONIO - Sì, signore.
     
    ANTONIO - Che la regina troverà indulgenza
    presso di lui se si disfà di me?
     
    EUFRONIO - Così egli m’ha detto.
     
    ANTONIO - Dillo a lei.
    (
    A Cleopatra
    )
    Manda questa mia testa brizzolata
    al ragazzetto Cesare, ed in cambio
    egli ricolmerà, con principati,
    ogni tuo desiderio…
     
    CLEOPATRA - La tua testa?…
     
     
    ------------------------------------
     
     
     
    ANTONIO - Via, via! Che sia frustato,
    e dopo trascinato qui di nuovo:
    questo babbeo del seguito di Cesare
    deve recargli ancora un mio messaggio.
     
    (
    Escono i servi con Tireo
    )
     
    (
    A Cleopatra
    )
     
    Eri mezzo sfiorita
    già prima ch’io ti conoscessi, no?(101)
    Ed io avrei lasciato il mio guanciale
    intatto a Roma, ed avrei rinunciato
    a procrear legittima progenie
    da una perla di donna,
    (102)
    per essere in tal modo corbellato
    da una che fa l’occhiolino ai servi?
     
    CLEOPATRA - Mio buon signore…
     
    ANTONIO - Donna depravata
    sei sempre stata, ma quando nel vizio
    noi c’induriamo - oh, nostra miseria! -
    i saggi dèi ci sigillano gli occhi,
    cacciano il nostro limpido giudizio
    nel lezzo della nostra stessa melma,
    ci fanno idolatrare i nostri errori,
    e ridono di noi,
    mentre altezzosi come dei pavoni
    ci avviamo incoscienti alla rovine.
     
    CLEOPATRA - Ah, siamo dunque a questo?
     
    ANTONIO - T’ho trovata ch’eri un boccone freddo
    sopra il piatto del morto Giulio Cesare;
    anzi, no, peggio: ch’eri un rimasuglio
    di Gneo Pompeo, senza poi parlare
    di tutte le ore calde di lascivia
    rimaste ignote alla pubblica fama
    ch’hai spiluccato per la tua lussuria:
    ché tu la temperanza, ne son certo,
    se pure ti riesca immaginarla,
    non sai proprio cos’è.
     
    CLEOPATRA - Perché parli così?
     
    ANTONIO - Permettere ad un servo uso alle mance
    e a biascicare: “Dio ve ne rimeriti!”
    di osar di prendersi tanta licenza
    con la tua mano, questa mia compagna
    di giochi, questo sigillo regale
    e pegno di due cuori nobilissimi!…
    Ah, perché non son io finito ormai
    sul colle di Basàn,(103) a soverchiare
    il muggito della cornuta mandria
    col mio, giacché ne avrei fieri motivi,
    che ad elencarli senza andare in bestia
    sarebbe come avere il cappio al collo
    e ringraziare il boia
    per esser così bravo a maneggiarlo.
     
     
    ---------------------------------------------
     
     
     
    ANTONIO - Eros, mi vedi ancora in faccia a te?
    EROS - Sì, nobile signore.
    ANTONIO - Perché a volte ci accade di vedere
    una nuvola a forma di dragone,
    a volte un qualche vaporoso effluvio
    che somiglia ad un orso o ad un leone,
    a una rocca turrita,
    a un alto picco sporgente a strapiombo,
    ad un monte biforcuto,
    a un promontorio azzurro con degli alberi,
    che reclinan le chiome sulla terra
    e par che si confondano con l’aria…
    (128)
    Li avrai visti anche tu: sono i cortei
    (129)
    dei personaggi dell’opaco vespero…
    EROS - Infatti, mio signore.
    ANTONIO - … e quello che sembrava ora un cavallo,
    in un batter di ciglio
    la cortina di nubi lo cancella
    e ce lo rende indistinto alla vista,
    come acqua in mezzo all’acqua.
    EROS - È vero, mio signore.
    ANTONIO - Ebbene, Eros,
    anche il tuo capitano non è più
    che una forma indistinta come quelle.
    Ecco, come mi vedi, io sono Antonio:
    eppure non potrò più conservare
    questa forma visibile. Non più.
    Ho fatto questa guerra
    per l’Egitto e per questa sua regina
    di cui credevo possedere il cuore,
    così com’ella possedeva il mio,
    che per il tempo ch’era stato mio
    se n’era annessi a sé un milione e più,
    ora tutti perduti… Ma lei, Eros,
    ha mescolato le carte con Cesare,
    (130)
    e, barando, ha ceduto la mia gloria
    in cambio del trionfo del nemico.
    (131)
    Ma tu non piangere, Eros gentile;
    restiamo ancor noi stessi, per finirci.
    Entra MARDIANO
    Ah, quella svergognata tua padrona
    m’ha rubato la spada!
    MARDIANO - No, Antonio, ella t’ha amato, e le sue sorti
    facevano tutt’uno con le tue.
    ANTONIO - Vattene, eunuco impertinente! Zitto!
    M’ha tradito, e dev’esser messa a morte!
    (132)
    MARDIANO - La morte è un debito che una persona
    paga una volta sola:
    ed ella il conto suo l’ha già saldato.
    Perché quel che volevi fare tu,
    è stato già compiuto, ed in tue mani:
    il suo ultimo dire è stato: “Antonio,
    nobilissimo Antonio!”…
    Poi, nel mezzo d’un gemito straziante
    questo nome di Antonio s’è spezzato
    diviso tra il suo cuore e le sue labbra.
    E così, col tuo nome in lei sepolto
    ha reso la sua vita.
    ANTONIO - È morta, dunque?
    MARDIANO - Sì.
    ANTONIO - Eros, toglimi via quest’armatura:
    il compito del nostro lungo giorno
    è finito, e dobbiamo riposare.
    (
    A Mardiano
    )
    Che tu possa partirti sano e salvo
    da qui, ripaga generosamente
    la tua fatica. Va’.
    (133)
    (
    Esce Mardiano)
    Eros, disarmami.
    Ora il settemplice scudo di Aiace
    (134)
    non basterebbe a proteggermi il cuore
    da tanti colpi. Miei fianchi, squarciatevi!
    Cuore, per una volta, sii più forte
    del tuo fragile involucro di carne,
    e spezzalo! Fa’ presto, presto, Eros!
    Disarmami: non sono più un soldato.
    E tu, armatura mia piena d’ammacchi,
    va’, sei stata indossata con onore!
    Ora, ti prego, lasciami un momento.
    (
    Esce Eros)
    Io vengo a te, Cleopatra,
    a implorare piangendo il tuo perdono.
    Così dev’essere: ché ormai per me
    ogni ulteriore indugio è una tortura.
    Spenta è la fiaccola, stenditi in terra
    e poni fine agli errori e agli affanni.
    Ora ogni sforzo ottiene il suo contrario,
    la forza stessa inceppa la sua forza.
    Apponiamo il sigillo, e sia finita,
    Eros!… Io vengo, o mia regina, aspettami.
    Ce ne andremo tenendoci per mano
    dove l’anime giacciono sui fiori
    e coll’incedere nostro radioso
    ci faremo ammirare dagli spiriti:
    Didone ed il suo Enea
    non avran più chi faccia lor corteggio,
    perché tutti verranno al nostro seguito.
    EROS - Che cosa mi comanda il mio padrone?
    ANTONIO - Dacché Cleopatra è morta,
    io sto vivendo in tale disonore
    che dagli stessi dèi
    la mia bassezza è stata presa in odio.
    Io, che ho squarciato con la spada il mondo,
    e ho fatto sorgere città di navi
    sopra l’azzurra schiena di Nettuno,
    mi trovo adesso ad incolpar me stesso
    d’aver meno coraggio d’una donna
    e d’esser meno nobile di lei
    che con la propria morte dice a Cesare:
    “Io son la vincitrice di me stessa”.
    Eros, tu m’hai giurato
    che quando fosse giunto quel momento
    ch’io sentissi la spinta irrefrenabile
    dell’avversa fortuna e dell’orrore,
    m’avresti ucciso. Ebbene è giunto. Fallo!
    Eros, se tu mi uccidi,
    tu non uccidi me: sconfiggi Cesare.
    Fa’ tornare il colore alle tue guance.
    (135)
    EROS - Che gli dèi mi trattengano la mano!
    Dovrei dunque far io, mio generale,
    quello cui tutte le frecce dei Parti
    ancor che a te nemiche, non riuscirono,
    ogni volta mancando il tuo bersaglio?
    ANTONIO - E tu vorresti, Eros,
    da una finestra della grande Roma,
    star lì a veder sfilare il tuo padrone,
    così, braccia conserte e capo chino,
    nell’attesa penosa del castigo,
    sfatto nel volto da vergogna atroce,
    mentre dinnanzi a lui
    il fortunato Cesare in trionfo
    sul suo carro facesse risaltare
    davanti a tutto il popolo romano
    l’estremo suo ludibrio?
    EROS - No, signore,
    questo, di certo, non vorrei vederlo.
    ANTONIO - Su, forza, allora! Ché da questo male
    può guarirmi soltanto una ferita.
    Sfodera la tua spada
    che sempre hai cinto con tanto valore
    per la tua patria.
    EROS - Oh, signore, perdonami!
    ANTONIO - Il giorno che ti feci emancipato
    (137)
    non mi giurasti che l’avresti fatto,
    se te l’avessi chiesto?
    Ebbene, adesso devi farlo, subito,
    o tutti i tuoi servizi precedenti
    saranno stati solo accidentali
    e senza alcuno scopo.
    Avanti! Sfodera la spada e vieni!
    EROS - Allora volgi altrove quel tuo volto,
    quel tuo nobile volto
    in cui vive la maestà del mondo.
    ANTONIO - Ecco fatto.
    (
    Volge altrove il viso
    )
    EROS - Il mio ferro è sguainato.
    ANTONIO - E allora, avanti, che compia l’azione
    per cui l’hai tratto!
    EROS - Amato mio padrone,
    mio capitano e mio imperatore,
    prima ch’io vibri il sanguinoso colpo,
    lasciami dirti addio.
    ANTONIO - È detto: addio, Eros, caro amico.
    EROS - Addio, mio grande capo.
    Debbo colpire adesso?
    ANTONIO - Adesso, Eros.
    EROS - Ecco, allora! Così io mi sottraggo
    al dolor di veder morire Antonio!
    (
    Si trafigge con la propria spada e muore
    )
    ANTONIO - O tu, di me più nobile tre volte!
    O valoroso Eros!
    Tu qui m’insegni quel che avrei dovuto,
    e tu non hai potuto!
    Con questo loro esempio di coraggio
    la mia regina ed Eros
    si sono conquistati su di me
    un loro titolo di nobiltà.
    Ma la mia morte io voglio abbracciarla
    come fossi il suo sposo, e andarle incontro
    come si corre al letto d’un’amante!
    E dunque, avanti!… Eros,
    il tuo padrone muore tuo discepolo:
    ecco, tu m’hai insegnato a far così…
    (
    Si lascia cadere sulla spada
    )
    Ah, non muoio, non muoio!… Guardie, olà!
    Finitemi!…

     

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    PROCULEIO - Calmati, mia signora.
     
    CLEOPATRA - Proculeio, io non prenderò più cibo,
    più non berrò - se val, per una volta
    un ozioso parlare come questo -
    né dormirò. Questa mortal dimora
    la manderò in rovina,
    Cesare faccia pure ciò che vuole;
    ma sappi, Proculeio,
    ch’io mai comparirò stretta in catene
    alla corte del vostro imperatore,
    né soffrirò di vedermi insultata
    dal casto sguardo della fredda Ottavia.
    E che! Dovrei lasciarmi forse esporre
    allo scherno della plebaglia urlante
    di una Roma bigotta?… Meglio un fosso,
    che mi sia tomba pietosa in Egitto!
    Meglio giacermi nuda
    nella melma del Nilo, e le zanzare
    a gonfiare coi morsi il mio cadavere
    fino a ridurlo ad una massa informe.
    Fate piuttosto dell’alte piramidi
    del mio paese il palco di mia forca,
    e impiccatemi là!
     
    PROCULEIO - Tu spingi i tuoi propositi d’orrore
    al di là di che possa tu trovare
    motivo d’essi in Cesare.

     

     
    Shakespeare